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Google Bombing...

25/08/2004

Avete già letto I miserabili? Leggeteli, se vi mancano è una vergogna!
Solo un po' di Google Bombing.
Clicca il link e scopri l'arcano...
scritto alle 21:59 da gt in varie

AVVISO AI NAVIGANTI...

16/06/2004

Anche l'ultimo mio Blog che fino ad ora era su di un'altra piattaforma (Excite) si è trasferito ora ora su iobloggo.com.
Se volete aggiornare i vostri link, l'indirizzo di Pace in Medioriente quindi ora è:

http://paceinmedioriente.iobloggo.com

scritto alle 12:46 da gt in varie

Ancora sul processo ai cinque Refuseniks.

12/05/2004

Israele, esonerati dalla leva ma condannati per «pacifismo»

A sorpresa, lunedì scorso il procuratore generale di Israele, Menachem Mazuz, ha dichiarato di ritenere l'obiezione di coscienza un fenomeno potenzialmente positivo. Ciononostante la vicenda processuale del pacifista Yoni Ben Artzi prosegue: una condanna ad altri due mesi di carcere è solo l'ultima tappa del suo «calvario», che va avanti da quattro anni. Contro la sentenza è stato presentato un ricorso e, se necessario, si arriverà di nuovo fino alla Corte Suprema. Questa sentenza ha dell'assurdo: il tribunale militare lo aveva riconosciuto come pacifista, poi il «Conscience committee» lo aveva esonerato, seppure per incompatibilità e non per motivi di coscienza. Nonostante ciò, ecco questa nuova pena per il rifiuto di eseguire l'ordine di arruolarsi. Che senso ha una condanna di un tribunale militare per il rifiuto di un ordine dato dall'esercito, nei confronti di una persona che dall'esercito è stata esonerata? L'unica ragione di questa singolare procedura sembra essere l'accanimento contro un ragazzo che ha il coraggio di rivendicare il proprio pacifismo. Emblematico anche il caso di Laura Milo, che rifiuta di servire fino a quando quello israeliano resterà un esercito di occupazione: si è appellata con questa motivazione alla Corte Suprema chiedendo di essere esonerata in base alla legge che riconosce questo diritto alle donne. Ma l'esercito sostiene che il termine «coscienza» si applichi solo a pacifisti. Se la Corte deciderà negativamente, Laura tornerà in carcere per la seconda volta. Il 13 aprile Daniel Tzal (19 anni) si è presentato al centro di reclutamento dell'esercito dichiarando il proprio rifiuto di servire in un esercito di occupazione ed è stato immediatamente condannato a 14 giorni di carcere. Daniel ha dichiarato che «rifiutare di partecipare all'occupazione e combattere le istituzioni che non rispettano i diritti umani è un obbligo morale, non una scelta. Una persona sana di mente, sulla quale non hanno fatto presa la paura ed il razzismo, è umanamente obbligata a rifiutare di prendere parte nei sistemi di occupazione ed oppressione messi in atto dall'esercito israeliano», è consapevole di quanto potrà costargli la sua decisione e sta scontando un ulteriore mese di carcere militare. Si tratta del primo caso di rifiuto pubblico basato su queste motivazioni dopo la vicenda dei «cinque», i ragazzi che da gennaio stanno scontando un anno di detenzione, ora nel carcere civile. Altri ne seguiranno.
Lettere di solidarietà ai «cinque» possono essere inviate ai seguenti indirizzi: per Noam Bahat, Haggai Matar e Matan Kaminer AGAF BET, Ma'asiyaho Prison, P.O. Box 13, Ramla per Adam Maor e Shimri Tzameret Hermon Prison, P.O. Box 4011, Kfar M'Rar.
scritto alle 21:16 da gt in refuseniks

11/04/2004

La Pasqua secondo i rabbini pacifisti

“Abbiamo promesso di non diventare a nostra volta degli oppressori. Ma allo stesso tempo sappiamo quanto sia facile che i nostri cuori s’induriscano nei confronti di coloro che hanno pagato (e stanno tuttora pagando) un prezzo eccessivo per la nostra prosperità e sicurezzaâ€. I Rabbini per i Diritti Umani – organizzazione fondata nel 1988, in risposta alle gravi violazioni dei diritti umani da parte dell’Esercito israeliano durante la repressione dell’Intifada – prendono nuovamente la parola. Lo fanno diffondendo un testo dal titolo “Chi siederà al nostro tavolo?†per la Pasqua ebraica, quest’anno caduta nella notte fra il 5 e il 6 aprile.
È la voce rabbinica della coscienza, in Israele, e quindi dovrà essere ascoltata. Una voce che ricorda come gli abusi di diritti umani siano incompatibili con i valori dell’antica tradizione ebraica, con il senso di responsabilità morale o la preoccupazione biblica dello “straniero fra noiâ€.
Il dito è puntato contro la politica delle demolizioni delle case palestinesi, voluta dal primo ministro Sharon. Ma si criticano aspramente anche i tagli ai fondi sociali che consentirebbero di sfamare i “nuovi poveri†israeliani. Due altri temi bollenti sono quelli della prostituzione e dello sfruttamento della manodopera straniera.
Pubblichiamo ampi stralci del loro documento.

CASE DEMOLITE, FAMIGLIE PALESTINESI SUL LASTRICO
La famiglia Maswadeh. Dopo una notte di guardia e di promesse mancate, i bulldozer hanno demolito la casa dove abitavano Sufian, sua moglie Sama, i loro cinque bambini, la madre malata, il fratello di Sufian e la famiglia di lui. Essendo in possesso di una lettera del Comune di Gerusalemme nella quale si afferma che la casa sorge su una zona edificabile, la necessità di “suddividere nuovamente†l’area rendeva in pratica impossibile procurarsi un permesso di costruzione. Assediata dai debiti contratti per erigerla e pressata dal Comune che chiedeva di pagare per la demolizione, la famiglia ora è costretta a vendere il terreno. I bambini soffrono tuttora di stress post-traumatico.
Stasera celebriamo la pasqua ebraica (seder) nella sicurezza delle nostre case; crediamo di poter anticipare il giorno in cui avremo tutti un tetto sopra le nostre teste.

LA FAME IN ISRAELE
Mentre dichiariamo Kol Dikhfeen – ovvero “lasciate che tutti gli affamati vengano e mangino†– dobbiamo confrontarci con una realtà nella quale il 20 per cento degli israeliani soffre sistematicamente la fame. La preoccupazione per il nostro benessere economico, forse ha indurito i nostri cuori divenuti insensibili alla condizione dei più deboli sulla scala sociale.
Anziché invitarli alla nostra tavola, abbiamo fatto passare una serie di tagli ai fondi necessari ad affrontare questi bisogni crescenti. Innalzando il lekhem oni (“il pane dei poveriâ€), sappiamo di poter adempiere l’ordine dell’haggadah (il testo che si legge durante la Pasqua ebraica, ndr): quello di dividere il pane con i più miserabili.
Ci auguriamo che il prossimo anno tutti possano essere liberi dalla “schiavitù degli stomaci vuotiâ€.

LAVORATORI STRANIERI
Portati in Israele con la promessa di condizioni d’occupazione eccellenti, molti lavoratori stranieri scoprono velocemente che la realtà è molto diversa. Stipati in case fuori norma, vivono senza i servizi più fondamentali. Una volta che sono stati loro confiscati i passaporti, sono in balia dei datori di lavoro. Privi di un’assicurazione sanitaria, quando s’ammalano o incorrono in incidenti sul lavoro, restano chiusi nei loro quartieri-ghetto, oppure vengono caricati a forza sugli aerei e rispediti nei Paesi d’origine, dove non possono chiedere alcuna forma di compensazione. Talvolta vengono picchiati da sicari, se osano contrastare i padroni.
Stanotte la loro lotta, diventa la nostra lotta.

SCHIAVE DI OGGI
Negli ultimi dieci anni, circa 10mila donne sono state immesse sul mercato della prostituzione israeliano. Subito dopo essere entrate nel Paese, vengono recluse in appartamenti privati o bordelli, dove subiscono ogni genere di intimidazioni e vengono ripetutamente stuprate. I loro passaporti sono confiscati e le ragazze vengono vendute all’asta. Le costringono a prostituirsi senza alcun compenso, fino a quando non hanno interamente saldato il loro “debito†per il trasporto.
L’argomento utilizzato per terrorizzarle è questo: sono in Israele illegalmente, e dunque se si dovessero rivolgere alla polizia, verrebbero incarcerate a vita. Alcune donne arrivano con l’idea di un lavoro che le aspetta. Altre hanno subito un lavaggio del cervello, per cui pensano realmente che alla fine otterranno un’occupazione regolare come ragazze alla pari o come cameriere. Nessuna s’aspetta il trattamento duro, in pratica da schiave, che poi viene riservato loro qui.
La loro speranza è il nostro impegno a liberarle dall’attuale condizione.

© Rabbis For Human Rights

scritto alle 21:49 da gt in varie

10/04/2004

haaretz.com


 
`Those with true faith don't listen to Sharon'  
 
By Ada Ushpiz
 
For the `hilltop youth,' the mythical fusion of nature, occupation, brutality and Torah is simply a way of life - one they don't believe they'll ever have to give up. 
 
"I'm not here for politics, I'm here for the simple life. On the contrary: It's politics that wants to remove us from our homes. I absolutely did not come here for political reasons, I do not lead a political life, I don't live in a political place, I live in a natural, logical place. To settle this land is not politics, it's normal, regular life." This credo was delivered in a soft tone by Avigail Tzedek, 23, as she and her husband, Raz, were giving their mobile home a thorough cleaning for Pesach. Outside, fierce winds howled across the peak of the hill on which stands Ginot Aryeh, one of the four settler outposts whose inhabitants the army has said it will evacuate after the holiday.

Segue qui

scritto alle 09:57 da gt in varie

09/04/2004

DA REGISTRARE

Il più recente documentario di Benny Brunner, è intitolato "Il Muro" e tratta della"barriera di separazione" in Cisgiordania. Verrà trasmesso da La7 questo Venerdì 9 aprile, all'interno del programma "Effetto Reale" (inizio previsto, secondo il giornale che consulti, fra le 23:30 e le 23:50...).


LINKS

INTERVISTA A SHARON

http://www.haaretz.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=412560&contrassID=1&subContrassID=1&sbSubContrassID=0&listSrc=Y

EDITORIALE E DOSSIER DI HAARETZ "NUOVO ANTISEMITISMO?"

http://www.haaretz.com/hasen/spages/413921.html

http://www.haaretz.com/hasen/pages/ShArt.jhtml?itemNo=412356&contrassID=2&subContrassID=1&sbSubContrassID=0&listSrc=Y

AMIRA HASS (SUL MURO)

http://www.haaretz.com/hasen/spages/413072.html


DA FIRMARE

Dear Friends,

Two of us, both peace and human rights activists in Israel, have just prepared an online petition called:

"Open Gates to Allow Food into Gaza"

(For your convenience, we have pasted a copy below.)

This petition refers to the recent suspension of aid into Gaza by the UNRWA as a result of Israeli actions that prevent the UN food trucks from entering.

Please read the petition below. If you'd like to sign, click on:

http://www.PetitionOnline.com/Aid2Gaza/

Yours,

Oren Medicks & Gila Svirsky

 

scritto alle 14:51 da gt in varie

09/04/2004


Appello obiettori di coscienza


L’appello tratta il caso di cinque giovani obiettori di coscienza condannati per avere rifiutato il servizio militare obbligatorio. Una persona che, per motivi di coscienza o profonda convinzione che nasce da motivi religiosi, etici, morali, umanitari, filosofici, politici o simili, rifiuta di prestare servizio armato o qualsiasi altra partecipazione diretta o indiretta in guerra o conflitti armati e viene imprigionato a causa di questo rifiuto di servire, viene considerato da Amnesty International come prigioniero di coscienza a meno che questa persona non abbia rifiutato di svolgere un servizio civile alternativo. Non esiste questa alternativa in Israele. Il numero totale di obiettori incarcerati dall’inizio dell’intifada è di circa 280.
Haggai Matar (19), è stato condannato per la prima volta il 23 ottobre 2002. in totale ha scontato cinque periodi di detenzione pe run totale di 126 giorni. Noam Bahat (19) ha passato tre periodi di detenzione per un totale di 98 giorni. Adam Maor (20), che ha rifiutato pe rla prima volta il 12 dicembre 2002, è stato in prigione tre volte per un totale di 98 giorni, così come Matar Kaminer (19) e Shimri Tzameret (19).
Il 16 dicembre 2003 il tribunale militare di Jaffa li ha condannati per avere rifiutato di servire nell’esercito. Ha dichiarato che la loro libertà di coscienza deve essere bilanciata con altri valori come la sicurezza nazionale. Il tribunale ha inoltre dichiarato che i cinque non hanno deciso di rifiutare come individui, ma come gruppo, con l’obiettivo preciso di provocare un cambiamento nella politica israeliana nei Territori Occupati. Per questo, secondo il tribunale, il loro rifiuto non rientra nelle norme di obiezione di coscienza ma di disobbedienza civile.
Domenica 4 gennaio i cinque sono stati condannati ad un anno di reclusione. La condanna non tiene conto del tempo già passato in detenzione. Il tribunale avrebbe raccomandato che , una volta scontata la pena, i cinque siano dispensati, anche se il procuratore ha ripetutamente dichiarato che l’IDF richiederà di nuovo che i cinque eseguano il servizio militare oppure affrontino un nuovo processo.
In un ulteriore sviluppo, un comitato speciale si è riunito il 17 febbraio per valutare la richiesta da parte dell’esercito che i cinque siano trasferiti da una prigione militare ad una prigione civile. Si è dichiarato che i cinque interferivano con la routine del centro di detenzione, ricevevano tutte le attenzione dello staff e rischiavano di essere aggrediti da altri detenuti. Il 19 febbraio il comitato ha deciso di accettare la richiesta. I cinque hanno inizialmente rifiutato il trasferimento, ma hanno poi accettato sotto minaccia di lavori forzati nei Territori Occupati se rimanevano nel carcere militare. I cinque sono stati poi trasferiti: Matan Kaminer, Noam Bahat e Haggai Matar sono detenuti nella prigione di Ma’asiyahu (vicino a Ramle), Shimri Tzameret e Adam Maor sono stati trasferiti alla prigione Hermon (in Galilea).
Nell’appello si chiede la loro liberazione immediata oltre alla liberazione immediata di tutti i prigionieri di coscienza.

Scaricate qui l'appello in formato .pdf

scritto alle 14:40 da gt in refuseniks

08/04/2004

Palestine Monitor



Protest in Biddu :
Palestinians protest after being locked in their home by Israeli  forces
as the Apartheid wall's construction begins on their land in the West Bank town of Biddu.
(AFP/Pedro Ugarte)

scritto alle 22:46 da gt in varie

08/04/2004


Palestinian plan says no to attacks on civilians
  
 
By Arnon Regular and Aluf Benn 
 
The Hamas, Fatah and Islamic Jihad leaderships in Gaza have prepared a draft "National Plan" that "emphasizes the right to use violence to oppose the occupation and the settlements, while avoiding turning civilians from either side into targets for attack."
The document, which summarizes the outcome of meetings between Abdel Aziz Rantisi of Hamas, Ahmed Halas of Fatah, and representatives from the Islamic Jihad and other, smaller armed political factions, is regarded as a basis for negotiations between the PA and all the armed factions for a mutually agreed leadership to control Gaza after Israel withdraws.
The document sums up meetings that have been underway between the faction leaders in recent weeks, climaxing on Saturday at a meeting of the "Monitoring Committee of the National and Islamic Organizations."
At this stage, the document is a draft that binds nobody, but it is being called a National Plan. It is the first such document prepared by the Palestinians in response to the disengagement from Gaza, and broadly deals with the issues raised during the hudna talks last year between the PA, Hamas, Fatah and other armed groups.

Da Haaretz, segue >>>>>

scritto alle 08:28 da gt in varie

06/04/2004


ilmanifesto.it

Sharon: bye-bye allo Stato di Palestina
COL MURO e il ritiro da Gaza, addio «ai sogni palestinesi».
Uccisi ieri dagli israeliani 3 ragazzi.
MICHELE GIORGIO - GERUSALEMME

I tre palestinesi uccisi ieri all'alba nei pressi del valico di Karni (Gaza) «avevano aperto il fuoco» contro i soldati... pardon, non è vero, erano disarmati. Il portavoce militare, citato dalla radio statale israeliana, ha dovuto fare marcia indietro e ammettere che la prima versione dell'accaduto era una bufala. Tornavano a casa Imad Juda, Muhammad Abu Samadana e Mohammad Abu Rabia, di età compresa tra i 18 e 19 anni e tutti originari del campo profughi di El-Bureij. Per i soldati invece erano «tre sagome sospette» che stavano avvicinandosi al valico. Le raffiche, sparate da un carro armato, li hanno uccisi sul colpo. Un «tragico errore» nella lotta al «terrorismo» che, inevitabilmente, ha i suoi «danni collaterali». I tre ragazzi uccisi, sebbene disarmati, erano pur sempre palestinesi e, quindi, «potenziali terroristi». Nel dubbio si spara subito, senza troppe esitazioni. E poco importa se nelle stesse ore è deceduto in ospedale Adham Adel Hashem, 30 anni, un passante ferito il 16 marzo in una cosiddetta «esecuzione mirata» compiuta da elicotteri israeliani a Gaza. Il generale Elyezer Shkedy, nuovo capo della aviazione militare, nell'assumere l'incarico ha confermato la linea del suo predecessore Dan Halutz. «Le esecuzioni mirate continueranno», ha dichiarato ai giornalisti. Poi si è detto «dispiaciuto» per le morti di palestinesi innocenti. «Non esistono le guerre pulite», ha aggiunto. I tre ragazzi uccisi a Karni possono consolarsi, sono morti ma almeno hanno ricevuto le scuse.Come è possibile far finta di non capire che lo stillicidio quotidiano di vite palestinesi innocenti, che le uccisioni incessanti di civili in Cisgiordania e Gaza, delle quali non parla più nessuno, contribuiscono in modo determinante ad alimentare la rabbia, la disperazione, l'ansia di vendetta e a gettare i giovani palestinesi nelle braccia di coloro che organizzano gli attentati che colpiscono i civili israeliani? A marzo sono stati uccisi oltre 80 palestinesi - e nessuno dimentica gli operai israeliani massacrati nell'attentato di Ashdod -, erano tutti «terroristi»? Descrivere 3.5 milioni di persone in Cisgiordania e Gaza come «belve assetate di sangue» non solo è disumano e propagandistico ma non serve a risolvere il conflitto. E fingono di essere ciechi e sordi coloro che non considerano le conseguenze che avranno le dichiarazioni fatte dal premier israeliano Ariel Sharon ai principali organi d'informazione del paese alla vigilia della Pessah, la Pasqua ebraica. Sharon ha detto che il suo piano di «separazione unilaterale» dai palestinesi - che cercherà di vendere al presidente Usa Bush durante il viaggio negli Usa che effettuerà a metà mese - è nato allo scopo di archiviare altri piani, fra cui la «Road map» e l'Iniziativa di Ginevra, che sono «nocivi» per Israele.

Il ritiro da Gaza e la costruzione del muro si faranno perchè «sono un colpo mortale ai sogni palestinesi». «In questo modo impediremo la nascita di uno Stato palestinese, per molti anni», ha affermato. Aveva torto chi ha sempre pensato che il piano di Sharon abbia soprattutto uno scopo politico e non solo di sicurezza per i cittadini israeliani colpiti dagli attentati suicidi? Con altrettanto candore Sharon ha lasciato capire che per estendere la fascia pattugliata dall'esercito israeliano a Rafah, sul confine tra Gaza e l'Egitto, sarà necessario radere al suolo altre case di profughi palestinesi (oltre alle 800 demolite in questi tre anni e mezzo di Intifada). Il premier israeliano ha inoltre ribadito che Arafat è nel mirino degli elicotteri Apache, come il leader di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, assassinato il 22 marzo a Gaza. Contro le rinnovate minacce ad Arafat si è espresso ieri il patriarca cattolico di Gerusalemme Michel Sabah. «Uccidere Arafat - ha detto durante il tradizionale messaggio di auguri per la Pasqua - non farebbe che accrescere l'insicurezza e provocare maggiore violenza».

scritto alle 13:13 da gt in varie